In questi 5 anni ho imparato tante cose. Il rispetto per chi non capisce vale molto di più di quello che riescono a farlo. Molte persone hanno voluto provare lo sport che ho sempre praticato, e con tanta soddisfazione noto che hanno ancora voglia di imparare.
~ di Baso su 1 03 2007.
Pubblicato in Arti Marziali
chissà a quante persone avrò rotto le palle con la teoria. Sono contrario ad accogliere un nuovo allievo direttamente su un ring per vedere cosa può dimostrarmi.
Una persona che non ha mai praticato uno sport simile deve essere messo a proprio agio. Fargli capire che dopo qualche lezione penserà di sapere tutto o quasi. E’ in quel momento che ha bisogno di una persona equilibrata che possa aiutarlo ad essere umili e applicarsi ulteriormente. Ovviamente non devo specificare che dopo quelle poche lezioni l’allievo non sa e non può fisicamente aver imparato.
Tecniche di base e superiori, ma anche la stessa ‘guardia’ (la posizione di partenza di tutte le tecniche di pugno o di calcio nonchè di protezione per il proprio corpo) sono tutte posture assolutamente innatuarli.
Pensiamo soltanto agli occhi: quando si avvicina velocemente un ostacolo o un pericolo tendiamo istintivamente a chiuderli. Questo è naturale. Negli sport da combattimento viene da se che se li chiudo quello che percepisco è tutt’altro che l’intenzione del mio avversario. Anzi. La modifica di questo istinto piuttosto che altri relativi alle decisioni percepite e prese direttamente dal cervello è una cosa graduale. Soltanto dopo anni il cervello reagisce mandando impulsi senza che l’atleta noti il pericolo, scelga cosa fare e contrattacchi l’avversario.
Non è finita.
Nemmeno questa è cosa buona. La valutazione dell’azione comporta ovviamente una scelta da prendere. Ciò vuol dire mitigare l’istinto che abbiamo coltivato.
Alla fine si scopre che quello che si sapeva in principio non era niente, quello che si impara va personalizzato e l’istinto modificato porta alla giusta azione da compiere. Tutto questo dopo tanti tanti anni.
C’è chi ha scritto:
‘Prima che affrontassi lo studio di quest’arte, per me un pugno era precisamente un pugno, un calcio era precisamente un calcio. Dopo avere studiato quest’arte, per me un pugno non è stato più un pugno, un calcio non è stato più un calcio. Adesso che conosco quest’arte so che un pugno è precisamente un pugno, un calcio è precisamente un calcio.’
Se si capisce ciò che si intende si capisce che la sicurezza dell’atleta si trasforma in umile insicurezza per poi ritornare ferma sicurezza. Tutto questo in modo ciclico, come un tao.
Ah, per la cronaca:
la persona che ha scritto la riflessione citata sopra era un certo Bruce Lee esponendo i suoi studi sul JeetKuneDo, la sua tecnica. Non proprio l’ultimo arrivato.